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Nel 2007 ho scelto come argomento per la mia tesi di laurea un tema per me molto interessante, non solo da un punto di vista accademico ma personale e umano. Sono partita da un'analisi della comunicazione come arma nelle guerre, per arrivare ad ipotizzare un diverso uso della comunicazione come strumento di pace, prendendo a modello il Willy Brandt Center che da anni conduce progetti di incontro e dialogo finalizzati a creare relazioni di pace tra giovani israeliani e palestinesi.

Che cos’è la guerra, se non quel periodo di tempo
in cui la volontà di contrastarsi con la violenza
si manifesta sufficientemente con le parole
e con i fatti? Il tempo restante si chiama
pace.

Thomas Hobbes, De cive (1642)

All’alba della modernità, per definire la guerra, Thomas Hobbes si serviva della nozione di tempo. Nel Leviathan, poi, egli rafforza la sua concezione servendosi di un esempio eloquente. Sostiene infatti che:

Come la natura di una tempesta non consiste solo in un rovescio o due di grandine, ma nella disposizione dell’atmosfera ad essere cattiva per molti giorni insieme, così la natura della guerra non consiste in questo o quel cambiamento, ma nella disposizione manifestamente ostile, durante la quale non v’è sicurezza per l’avversario2.

La differenza tra pioggia e tempesta e tra combattimenti e guerra vera e propria risiede nella durata del fenomeno.
Tutto ciò è confermato, d’altra parte, dalla definizione di pace proposta nei medesimi testi. Hobbes, infatti, riprende una lunga tradizione di pensiero, complessivamente incapace di dire la pace, se non in termini negativo-residuali: “La pace non è altro che un nome”, scrive ad esempio Platone nell’esordio delle Leggi, Hobbes fa della pace quel tempo – ogni altro tempo – che è diverso dalla guerra, poiché in esso non si ravvisa quella “disposizione manifestamente ostile”, in cui consiste la guerra (Curi, 2006).

Questa ricerca, partendo dall’analisi delle forme narrative caratteristiche del “racconto della guerra” occidentale, ha l’obiettivo di individuare possibili modalità di comunicazione della pace, in termini positivi e non negativi.
In queste pagine, si è deciso di partire dalla condizione di guerra permanente che caratterizza la regione che prende il nome di Medioriente. In quest’area, che va dal Mediterraneo al cuore dell’Asia, alcuni elementi caratterizzano la natura conflittuale della vita civile:

  • Il carattere di indistinzione tra guerra e pace, la sincronia tra azioni armate e missioni di pacificazione e la convivenza tra normalità e violenza (Rega,2006)
  • Il carattere globale dello scontro in atto in Medioriente, accentuatosi in seguito all’attacco di al Qā’ida agli Stati Uniti d’America, nel 2001

Riguardo al secondo punto occorre rilevare che il Medioriente è da tempo al centro di interessi che vanno oltre i suoi confini. Significativa a questo proposito è la storia del termine Medioriente3, che non è stato scelto dalle popolazioni che abitano quella regione ma è derivato dalla suddivisione amministrativa che la Gran Bretagna aveva operato per il mondo asiatico, che da essa dipendeva in periodo coloniale, e si riferiva in origine a una regione diversa da quella attuale: il cambiamento di significato è dovuto all'influenza americana. L'espressione Near East indicava infatti, per il Foreign Office e il Ministero delle Colonie, il mondo arabo sottoposto al dominio ottomano, dal Marocco alla Turchia compresa, includendovi la stessa Grecia, che dell'Impero Ottomano "vicino-orientale" faceva allora parte e che divenne indipendente solo nel 1820-21. L'espressione Middle East identificava invece l'area (non esclusivamente islamica) che dalla Persia giungeva fino a tutto il sub-continente indiano, che faceva parte all'epoca dei domini britannici. L'espressione Far East si riferiva infine all'area che si estendeva ancor più a Oriente.
La dicitura "Medio Oriente" è stata soltanto recepita e usata dal mondo arabofono (al-Sharq al-awsat) che peraltro ricorre assai più volentieri ai termini "Màghreb" e "Màshreq" (rispettivamente "Occidente" e "Oriente"), il primo per identificare i Paesi arabi nordafricani, con l'esclusione dell'Egitto da cui, verso le aree arabofone più orientali, si usa appunto il termine Màshreq.
Oggi, dopo l’11 settembre, all’alba del terzo millennio, il progresso tecnologico e comunicativo, unitamente alla ridefinizione dell’assetto politico in chiave globale, ha determinato l’emergere di nuove priorità, nuovi obiettivi strategici, differenti strumenti e tattiche di intervento, rendendo necessaria una radicale innovazione dei criteri di gestione della comunicazione.
Il Medioriente rappresenta uno specchio di questi mutamenti in atto nella cosiddetta Global Governance e nel mondo della comunicazione del e nel conflitto.

Venendo al punto relativo alla quotidianità della guerra occorre sottolineare che, anche se non tutti i Paesi della Regione vivono in stato di guerra, i conflitti in atto nel territorio influenzano l’intero processo politico e il dibattito mediatico di tutti gli Stati mediorientali.
Della realtà mediorientale si prenderanno in esame le caratteristiche di uno spazio mediatico, come si è detto, fortemente influenzato dalla presenza di conflitti nella regione. Sarà considerato ad esempio l’Iraq del quale, attraverso una ricostruzione della storia politica recente, sarà possibile osservare il rapporto tra potere politico e media durante le guerre che hanno interessato il Paese nel XX secolo.

Dopo questa parte dedicata ai media la nostra attenzione si sposterà su due
momenti del conflitto israelo-palestinese:

  • La fase successiva agli Accordi di Oslo del 1993 caratterizzata da movimenti di protesta di estrema destra nello stato di Israele;
  • La prima Intifāda palestinese.

Partendo da due studi del Professor Wolsfeld, dell’Università Ebraica di Gerusalemme, si è voluta fare un’analisi di quei due momenti conflittuali, mettendo a confronto le strategie comunicative dei gruppi di protesta con quelle messe in atto dal Governo israeliano. In particolare, si è osservata la rilevanza data dai quotidiani israeliani alle proteste della destra e dal Washington Post all’Intifāda, in relazione ad altri conflitti.

Nel quarto e ultimo capitolo, infine, si tenta un passo in avanti, spostando la
nostra attenzione dalla comunicazione del conflitto a un’idea di comunicazione della pace.
Iniziando con alcune riflessioni sulle caratteristiche della società civile palestinese analizzeremo il caso del Willy Brandt Center di Gerusalemme, che da dieci anni è attivo e conduce progetti di “incontro e comunicazione”, finalizzati al raggiungimento della pace tra israeliani e palestinesi.

Il Willy Brandt Center è apparso un esempio interessante di comunicazione interculturale visto che lo staff è composto da giovani rappresentanti dell’organizzazione Jusos tedesca, della palestinese Shabeebat Fatah e dell’organizzazione israeliana Mishmeret Tseirah shel Mifleget Ha-Avoda.

Parleremo di questo Centro solo in conclusione di questa ricerca ma questa scelta non tragga in inganno, non si tratta della relegazione a un ruolo secondario nella nostra trattazione. Lo studio di questo Centro, infatti, rappresenta il momento culminante della nostra riflessione sulla comunicazione nel conflitto in cui, attraverso l’analisi dei concetti di incontro e dialogo, centrali nell’impostazione del Centro Willy Brandt, individueremo dei punti cardine sui quali costruire una nuova idea di comunicazione della pace.

Gli aspetti centrali della strategia comunicativa di questo Centro, che si sono presi in considerazione, sono:

  • La collocazione nel quartiere Abu Tor e i significati simbolici che ciò implica
  • La scelta della figura di Willy Brandt

Per quanto riguarda l’analisi dell’organizzazione e delle attività promosse dal Centro si è fatto riferimento agli atti della conferenza tenutasi al Bundestag di
Berlino l’11 settembre 2006 e all’Action Plan 2007-2008, nonché ad interviste ai i membri dello staff del Centro e in particolare alla coordinatrice Dott.ssa Kratt.
Il Willy Brandt Center tenta di promuovere una modalità di comunicazione imperniata sui valori della pace e del dialogo interculturale: cercheremo, facendo riferimento al saggio di Enrico Manca, La Comunicazione come strumento di conflitto, di silenzio e di pace, di individuare le caratteristiche di una possibile, futura funzione pacifica dei media, oggi poco praticata.

COMUNICARE NEL CONFLITTO:
IL CASO DEL WILLY BRANDT CENTER DI GERUSALEMME

Alla ricerca di strumenti di comunicazione di pace

BIBLIOGRAFIA [.pdf]

INDICE

0. Caratteristiche del conflitto

1. La rappresentazione della guerra

2. Media e Medioriente

3. Conflitti, Movimenti e Media

4. Il Willy Brandt Center di Gerusalemme e la comunicazione della pace

5. Conclusioni

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